sabato 26 novembre 2016

Incoerenze sul Referendum

La verità, vi prego, sul referendum

La fatidica data in cui verranno decise le sorti della bella penisola si avvicina, ed io ho un'estrema paura. Non a caso ad halloween erano in tanti ad aver scelto il travestimento da scheda elettorale. C'è chi dice che la vittoria del "si" rafforzerebbe il simpatico Fiorentino (chiedo la grazia in anticipo per ciò che scrivo, visti i freschi avvenimenti accaduti in Turchia), mentre la vittoria del "no" lo manderebbe in rovina e, per i più pessimisti, farebbe pure andare in tilt i mercati.
In questo articolo non vi farò chiarezza sulla riforma, come potreste dedurre dal titolo. Quello si riferisce, in parole povere, al fatto che della gravità del referendum e della riforma costituzionali pochi sono davvero consapevoli. Di questo vi vorrei parlare, della disinformazione e della contro-informazione che si sta facendo in questa delicatissima occasione.
Come avrete già capito, io sono per il "no". Detto questo, non voglio né convincervi che la mia scelta sia la migliore né cercare di portarvi dalla mia parte. Vorrei soltanto farvi riflettere su alcune questioni che, a mio avviso, dovrebbero indignare.

Pochi giorni fa mi è capitato di imbattermi in un cartellone pubblicitario del comitato per il "si", che accennava alla diminuzione del numero di senatori, affermando implicitamente che la macchina statale costerà meno. Non voglio entrare nel merito della riforma, ma voglio criticare aspramente questa propaganda "accalappia-ignoranti" (e per "ignorante" leggere la definizione del dizionario, cioè "privo di istruzione o di cultura" oppure "più o meno colpevolmente sfornito delle capacità o delle nozioni richieste") citando un fatto freschissimo. (Ci tengo a sottolineare che non chiamo ignorante chi vota "si", ma chi vota "si" senza informarsi e accontentandosi di ascoltare la propaganda di quella parte. Se una persona è fermamente convinta che il "si" sia la scelta migliore, è una persona amica perché nonostante io sia dell'opinione opposta, la sua scelta è fondata sull'essersi informata).
Circa a metà ottobre i grillini presentarono una proposta di legge che prevedeva il taglio degli stipendi dei parlamentari, con effetti decisamente benefici non solo sulle casse dello Stato ma anche sulla fiducia dei cittadini. Accettare una proposta simile avrebbe spianato la strada al "si" e mi avrebbe sicuramente evitato la difficoltà di scrivere qualche riga su un tema così controverso. Ma siamo in Italia, patria della pizza, della città eterna, della corruzione e degli interessi personali. Così la legge è stata bocciata in blocco da tutti, eccetto i pentastellati che l'avevano proposta, e con particolare fervore è stata rifiutata dal Partito Democratico, primo promotore della riforma costituzionale.
Troppo spesso si evita di parlare dell'incoerenza dei governanti, dei "grandi", proprio per il loro essere più grandi degli altri. Ma che motivo ha il PD, che fa del taglio dei senatori il suo cavallo di battaglia nella fratricida lotta della riforma costituzionale, di rifiutare una legge che senza intaccare gli storici equilibri della democrazia italiana fa risparmiare a quest'ultima molti soldi?
L'incoerenza, cari lettori, è uno dei mali peggiori. Da qui nasce il trasformismo, l'inaffidabilità e l'insicurezza dei cittadini. Cambiare idea è lecito, ma lottare a spada tratta contemporaneamente per due ideali contrapposti è follia. Chi se ne accorge è quindi deluso e si rende conto della falsità di certi politici e dirigenti (di qualsiasi partito/fazione/movimento/gruppo partigiano/squadre), ormai troppo diffusi in questo paese.

Se tutto ciò non bastasse, continuo col mio confusionario filo (il)logico (di cui mi scuso, questo articolo potrebbe non risultare logicamente ordinato. Il referendum mi manda in paranoia forse?)
Il quesito della scheda elettorale presenta solamente cinque titoli di modifiche apportate a cinque articoli, e nemmeno i più importanti, mentre non cita gli altri 42 articoli che verranno modificati. Inoltre i titoli scelti sono assolutamente parziali e favoriscono la parte del "si", soprattutto perché il testo della scheda viene pubblicizzato abbastanza spesso dalla Rai.
La parzialità dei riferimenti mi indigna perché è una mossa furbetta ma di pessimo gusto, che tenta di ingannare chi non si informa. In pratica quasi tutti gli italiani (sarcasmo, ma sono triste per questo). Questa scelta mi fa soffrire. Soffro perché mi rendo conto della malizia negativa dei nostri governanti, delle persone che ci dovrebbero rappresentare, che approfittano di una situazione culturale di consapevolezza politica drammatica. Soffro perché so che questa mossa può spostare l'ago della bilancia non per volere popolare, ma per un'influenza ingannevole della volontà popolare.

Per concludere col botto, dopo i pochi ma corposi botti di questo breve articolo, vorrei innescare in voi numerosissimi (ah ah ah) lettori una piccola riflessione.
Sia che siate sicuri di votare "no", sia il contrario, siete proprio sicuri di ciò che andate a votare? Mi spiego meglio. Stiamo parlando di una riforma storica, un cambiamento che verrà studiato nei libri di storia da molti studenti, e proprio VOI, anzi NOI, siamo quelli che decideranno le sorti di un paese intero.
Avete letto il testo della costituzione attuale, e quella che entrerà in vigore in caso di vittoria del "si", così da rendervi personalmente conto dei cambiamenti, o vi siete fidati dei vostri giornali preferiti, o peggio ancora dei giornali schierati dalla vostra parte? Certo, sappiamo benissimo che i nostri compagni di partito/ fazione/ movimento /gruppo partigiano/ squadra sono della nostra stessa idea, ma gli altri cosa dicono? Se io penso di avere ragione, come mai anche i miei oppositori dicono di avere ragione?
Tutto questo per dire una cosa semplice: informatevi e fatevi una vostra idea. Non importa quale sia il vostro voto, se siete davvero consapevoli di ciò per cui votate. La conoscenza e la consapevolezza sono le armi più forti.

Osate conoscere!

Cosimo




domenica 11 settembre 2016

Il Dovere dello Stato

Il Dovere dello Stato

"Spero che nessuno, oggi, metta più in dubbio che l'unico fine per cui i governi sono stati istituiti sia quello di provvedere al bene di coloro che vi sono sottomessi. La scienza del governo è dunque la scienza che si occupa della felicità dell'uomo: e tenendo conto che la felicità si compone di aspetti diversi, possiamo provare a definire questa scienza come la conoscenza dei mezzi per procurare ai popoli la più grande libertà, sicurezza, serenità e virtù insieme alla più grande ricchezza, alla salute e alla forza di cui essi possano godere simultaneamente."

Cito integralmente un frammento del testo di Sismonde de Sismondi, del 1803, per introdurre un argomento a me molto caro. Non serve un'occasione particolare per parlarne visto che la maggior parte dei governi, ogni giorno, fornisce pretesti per scatenare pure delle rivoluzioni. In molti siamo a conoscenza delle malefatte della classe dirigente che, come un antico albero dalle radici molto profonde, e marce, non casca con nessuna tempesta, quindi non farò nomi.
Sono passati duecento anni. A distanza di due secoli, le parole dell'intellettuale francese sembrano scontate. Ed è proprio questa impressione una colpa grandissima di tutti i cittadini dei paesi democratici.
Vorrei spiegare molto banalmente un concetto essenziale per capire i problemi contemporanei, senza far riferimenti precisi alle teorie di Locke e Hobbes.
Possiamo ipotizzare, seguendo banalmente le loro idee, che gli uomini abbiano stipulato un contratto sociale col fine di garantire a tutti pace, prosperità e felicità, in modo da evitare la prevaricazione del più forte sul più debole. Questo contratto dà vita ai governi, il cui obiettivo dovrebbe essere quello magistralmente illustrato da de Sismondi. Purtroppo però sono pochi i casi in cui essi si preoccupano della felicità e del benessere dei cittadini. Sono ancor meno gli stati che utilizzano tabelle basate sulla felicità delle persone (unico caso che conosco è l'illuminato Buthan), invece di usare il reddito medio.
Potremo parlare anche dei milioni di enti non-governativi, delle tantissime associazioni e dei singoli cittadini che sopperiscono all'assenza dello Stato. Ma meglio di no, perchè se parli troppo di chi è più grande di te potrebbe finire male. Siamo in democrazia, dopo tutto.

Ma arriviamo al dunque. È il terremoto la causa scatenante di questo pezzo. Una strage terribile che si poteva evitare. E si doveva evitare, visto che la nostra penisola ha precedenti importanti. Era il 23 novembre 1980 e un sisma uccise 2914 persone e ne ferì più di novemila. Non fu il primo disastro naturale di questo genere, non fu l'ultimo. Ma ho preso questo come caso esemplare (uno dei tanti) del malfunzionamento dello Stato.
Era il 23 novembre 2015 quando a Potenza sono stati consegnati i primi alloggi popolari agli sfollati di quella catastrofe. Trent'anni durante i quali alcuni superstiti sono morti, molti altri se ne sono andati. Qualcuno però ha vissuto nei prefabbricati per tutto questo tempo, gli stessi fabbricati che dovevano risolvere l'emergenza abitativa nel breve termine.
Riguardo il terremoto di Amatrice tutti gli esponenti del governo si sono impegnati, a parole, a non dimenticarsi dei sopravvissuti. Tante bellissime parole, visi commossi. Sicuramente erano tutti sinceri. Però qualcuno è consapevole delle problematiche a cui va incontro un essenziale progetto di ricostruzione, secondo le normative anti-sismiche, dei paesi colpiti.
Ho paura che, quando la terra cesserà di tremare e i corpi verranno sepolti, i politici si scorderanno di questa brutta storia per dedicarsi ad altre questioni per loro più importanti. Forse si dedicheranno all'acquisto di aerei da guerra per contrastare l'avanzata dello Stato Islamico (come se loro avessero aerei simili). Forse si intratterranno in viaggi interstellari alla ricerca di accordi planetari per favorire i commerci tra pianeti (ironicissimo, vedi TTIP).
Non so cosa succederà, ma posso predire cosa non succederà. Perchè la storia, a volte, si ripete, e se si è ripetuta già una volta (vedi il terremoto dell'Aquila), perchè non potrebbe ripetersi di nuovo?
Lo Stato deve provvedere a ridare dignità alle vite dei terremotati, così come deve aiutare chi è in difficolta anche senza essere colpito da tali calamità. Se questo vuol dire indebitarsi, allora ci indebitiamo. Se questo vuol dire sacrificarsi, ci sacrifichiamo. Ma non venite a chiedere il sacrificio del vostro popolo se voi stessi non volete sacrificarvi. Non venite a dirmi che i soldi non sono disponibili perchè tutti impegnati a salvare le banche.
Non osate procrastinare ciò che ha la priorità assoluta, e cioè la vita delle persone. Non questa volta.

Spero che in qualcuno di voi, pochissimi scelti, si sia acceso un fuoco interno. Una fiammella che deve ardere finchè ogni singolo sfollato di ogni singola catastrofe non troverà un riparo dignitoso e sicuro. Finchè lo stato non si occuperà del suo popolo, dovremo indignarci e protestare.
Spero che voi, cari lettori, riuscirete a condividere questo mio pensiero con chi arde come noi, arrabbiati per abitare in un paese così bello e allo stesso tempo abbruttito da una politica nociva a tutti.
Spero, infine, che le nostre parole non si perdano sulla distesa infinita dei caratteri del web.


Cosimo

domenica 8 maggio 2016

Una riflessione un po' amara

Una riflessione un po' amara

A poche settimane dal referendum sulle concessioni delle trivelle, tema che probabilmente si raffredderà appena la memoria degli italiani, che sembra più che altro a breve termine, dovrà occuparsi della fine del campionato di calcio, mi piacerebbe tenere viva la fiammella della discussione. Magari strappandovi un sorriso (con un coltello affilato, così non ridete più). Non sullo specifico referendum, ma sulla democrazia in generale. Questa magnifica invenzione dell'uomo, unico essere vivente che ha bisogno di regole scritte per non autodistruggersi, e nonostante tutto ci riesce comunque. Siamo proprio bravi! Applausi grazie.
La democrazia è una "forma di governo in cui la sovranità appartiene al popolo, che la esercita direttamente o mediante rappresentanti liberamente eletti". In particolare è una parola composta che deriva dal greco demos (cioè popolo) unito a kratos (cioè potere). Semplice.
Dopo millenni di guerre mondiali, disastri ambientali, invasioni barbariche e pestilenze l'uomo è riuscito a costruire in molte zone del pianeta delle organizzazioni statali a sovranità popolare. In questi stati gli uomini sono quasi liberi di fare ciò che vogliono (se rientra nei limiti imposti dalla res publica, ovviamente). Fatto sta che oggi il popolo può avere un peso davvero importante sulle scelte politiche del governo. Votare è un diritto ottenuto col sangue, certo, ma con la stessa importanza è anche un dovere.
Una sollevazione popolare potrebbe defenestrare un rappresentante governativo e tutti i suoi consiglieri, se solo lo volesse. Uno sciopero potrebbe durare mesi, i sovversivi potrebbero occupare persino il Colosseo e le poltrone dei parlamentari. Ma tutto ciò non avviene. Non sto istigando alla rivoluzione, ma non escludo che un cambiamento drastico sia, a mio avviso, necessario. Sicuramente il governo nel corso di decenni ha approvato, a fasi alterne, dei tagli alla cultura, promuovendo talvolta la disinformazione, per cui un cittadino si può trovare talmente poco informato da non sapere neanche cosa siano le trivelle. Ma assumiamoci un po' di colpe.

Mi immagino l'italiano medio, Luca Rossi, che il giorno del referendum si alza quando le urne sono già chiuse (alle 23) e dice "vabbè, tanto non serve a niente". E subito dopo ho una visione. Ecco il presidente del consiglio di turno, che, sebbene dovrebbe essere di sinistra, invita i cittadini a boicottare il referendum. Più o meno la sua coscienza dice così: " Mi dispiace ma io so io. E voi non siete un cazzo".
Non è stato raggiunto il quorum, necessario a rendere valido un referendum, e solo il 31% degli italiani è andato a votare. Sono sempre 15.806.788 cittadini, che non sono pochi, ma le loro voci rimarranno inascoltate perché il popolo si è scordato del suo mandato di sovrano. Qualcuno di voi potrebbe dirmi che anche l'astensione è elettorato attivo, e sono d'accordo con voi. Ma sono sicuro che dei 45 milioni di italiani che non hanno donato il loro voto alla causa della "cosa pubblica" solo una infinitesimalmente piccola parte è elettorato attivo. Il resto pigrizia, ignoranza e menefreghismo.


Questo progetto è nato anche come mezzo per rendere più consapevoli le persone, perché la discussione civile porta sempre ad un arricchimento personale. Ci eleva tutti, in qualche modo, ad un gradino più alto. Ed è a questo proposito che ho scritto la presente riflessione, od uno sfogo se vogliamo essere più precisi.
Ho bisogno di sfogarmi per sentirmi libero, per riuscire a credere che non sono ancora in balia degli eventi, dei potenti, delle mode o della pigrizia. C'è la libertà di parola (cosa bellissima) ed ognuno spara cazzate sui social networks. C'è la sovranità popolare (altra cosa eccezionale) e le persone preferiscono andare al mare, "tanto non cambia niente". Perché offendi Gasparri, se tanto non cambierà di certo le sue opinioni? Perché è divertente (lo ammetto, appena dice una cosa stupida in pubblico lo schernisco. Perdono.)
La politica non è un divertimento, anche se spesso sembra una burla. Molti politici sono dei buffoni, e li conoscete bene anche voi. Non partecipare è anche un modo per scaricare le colpe degli insuccessi sugli altri, su chi nella democrazia ci crede ancora. Povero illuso.

In conclusione, vi chiedo cosa ne pensate dell'epoca che stiamo vivendo. Così fortunata e allo stesso tempo così tragica, tra paradossi e problemi strutturali. E perchè no, avete votato al referendum?

Cosimo


giovedì 7 aprile 2016

Affittasi pancioni


Penso che non si possa che concordare sull’immensa gioia connessa ad una nuova vita. Sperando poi che tutti qui condividano il mio credo, ovvero in una scienza non ostacolata da vincoli superiori, del cui progresso possa beneficiare l'amore libero, di recente Nichi Vendola e il compagno sono diventati padri tramite l’utero in affitto e io devo ammettere che questa cosa proprio non riesco a benedirla.
So che può sembrare una posizione contrastante con alcuni ideali, con i nuovi diritti, ma ci sono contraddizioni insite in questa pratica che non riesco ad ignorare.
 
Innanzitutto non posso fare a meno di pensare che questo metodo consideri la vita al pari di una merce, un oggetto che si può comprare;
Poi la forma di nuova prostituzione che si verrebbe a creare: donne povere che vendono il loro utero, come se fosse un lavoro.
Anche se qualcuno mi desse buone ragioni per farmi accettare i primi due aspetti, rimarrebbe un’ultima questione: non trovate anche voi un po’ classista e ipocrita, (a meno che si vogliano inventare dei mutui o delle agevolazioni per favorire questa pratica, cosa che mi sembra al limite del surrealismo) questa certa gente ricca che fino a ieri lottava per i diritti lgbt nel nome dell'uguaglianza e ora accetta questa pratica? Beh classista, perché dar il via a un commercio di utero a caro prezzo è il primo modo per negare il diritto di tutti ad avere un figlio. Tu che fino a ieri giustamente pretendevi che gli etero ti dessero gli stessi loro diritti, oggi che li hai ottenuti inizi a ledere i diritti di altri. Non sei poi tanto diverso. A voler rincarare, è contestualmente ipocrita pretendere di schiavizzare gli altri a favore della tua libertà, quando, per chiarire, non si considera il rischio che siano ignorate le regolamentazioni del caso, o che esse proprio non esistano, magari in paesi dove le donne già vengono sfruttate in molti ambiti.

Qualche amico obietta che avere un figlio tutto sommato è sempre una forma di egoismo, pagare o fare sesso per creare vita a questo punto non cambia.
Generalizzando invece sul punto di vista della prostituzione, mi fanno notare che sarebbe opportuno chiedersi perché la società sia tanto corrotta da spingere le persone a vendere il loro corpo, e quindi il problema sarebbe molto più radicato e il disappunto non dovrebbe limitarsi solo a questa pratica.
Ultimo aspetto il più fermo, ma anche ben criticato: sebbene tutti dovrebbero godere del diritto di avere figli, è giusto che alcuni non possano goderne solo perché altri non hanno soldi per permetterselo?

Ora tutto ciò è molto controverso, se preso singolarmente ogni singolo punto è un cerchio infinito di contraddizioni specifiche a cui seguono però legittimazioni generali, mi son persa anche io; ma una posizione bisognerà pur prenderla, senza la presunzione che sia giusta o sbagliata, perché evidentemente questa è una di quelle situazioni senza una risposta effettiva.

Ad ogni modo il connubio imprescindibile dei tre aspetti mi porta sempre alla stessa conclusione: io ho deciso che la vita fin dal principio non può essere comprata, in quanto non è e non dovrà mai essere capitale, e se fino a ieri i gay hanno combattuto contro quella schiavitù chiamata pregiudizio, ora non possono ignorare quella che a me sembra proprio la nuova frontiera della schiavitù.

Questa riflessione, seppur sia bellissimo sapere che, grazie alla “forza incontrastata della scienza”, due innamorati possano avere un figlio, mi impedisce di reputarlo eticamente corretto, e di farmi sviare dai problemi che ciò comporta.
Ho messo in discussione molto di quello in cui credevo per ritrovarmi ferma su questa convinzione.

Ma, come al solito forse questo ha ben poca importanza. Perché se in questa sede io ho discusso dei motivi per cui essere o no favorevoli all’utero in affitto, è perché ho presupposto di essere tutti d’accordo sul fatto che due persone dello stesso sesso abbiano il diritto di amarsi liberamente. Tutti d’accordo ormai che debbano poter essere riconosciuti come coppia, che abbiano il diritto di adottare figli.
So benissimo che questa realtà si limita ancora ad una parte del mondo non sufficiente. So benissimo quanto sia raro trovare persone che salutano con un Gabba Gabba hey, senza giudicare con etichette il prossimo. Come so benissimo che chi pretende che vengano difese le proprie libertà spesso non è pronto a difendere anche le altrui.
Quindi chiedo a voi, questa crescente piccola parte del mondo, voi come la pensate? Avete una posizione ferma sull’argomento? Su quali basi? E secondo voi arriveremo mai a una soluzione indiscutibilmente equa?

martedì 8 marzo 2016

Migrazioni e recinzioni

Da quando l'uomo ha mosso i primi passi sulla Terra non si è mai fermato. Una volta migravamo per seguire le mandrie e per scovare nuovi terreni coltivabili mentre oggi migriamo per scappare da guerre e persecuzioni. L'uomo è sempre stato costretto, in conclusione, a scappare per sopravvivere. Per questo le proposte di alcuni paesi di erigere muri per bloccare questa fiumana di sfortunati fanno accapponare la pelle. Ma facciamo un passo indietro.
I migranti. Chi sono? Che cosa vogliono? Fa bene ricordare che sono innanzitutto persone, uomini e donne, anziani e bambini che troppo spesso vengono trattati alla stregua di animali. Alcuni partono per l'attrattiva che Stati ricchi esercitano a livello economico e sociale, ma per lo più scappano dalla guerra e dalla fame. Scappano dalla morte. Sono in molti a non aver lasciato volontariamente la patria, ma obbligati dalla possibilità di morire.
Guardando i dati relativi al 2013 raccolti da Eurostat, l'Ufficio Statistico della Comunità Europea, si nota che gli immigrati nell'Unione Europea provenienti da paesi non membri sono stati 1,7 milioni. Forse il numero relativo al 2015, non ancora disponibile, è aumentato, ma qualsiasi incremento non giustifica le proposte delle destre europee di bloccare i flussi migratori come sta accadendo in alcuni paesi dell'est Europa e non solo. Mentre Ungheria, Grecia, Bulgaria e di recente la Svezia costruiscono i loro muri, l'Unione Europea ha accordato con la Turchia, principale snodo di passaggio dei migranti siriani, un'offerta di tre miliardi di euro per l'accoglienza e il controllo dei siriani. La Turchia come una grande frontiera che mette in attesa i richiedenti asilo prima di entrare in Europa.
Tutto molto bello, direbbe qualcuno. Se non fosse che la Turchia, nella sua guerra allo Stato Islamico che imperversa in Siria, bombarda volontariamente anche basi dei ribelli curdi, sulla carta loro alleati contro l'Is. Se non fosse che ci sono pesanti accuse nei confronti della Turchia su presunti rapporti con lo Stato Islamico, economici e militari. Se non fosse, infine, che il presidente stesso Erdogan ha ricattato l'Unione Europea minacciando di aprire le frontiere se non avesse ottenuto più soldi rispetto ai "soli" tre miliardi proposti per un singolo biennio. Non sarebbe stata una scelta migliore investire quei "pochi" miliardi negli stati membri, per lo sviluppo di dogane e centri di accoglienza adatti a trattare i migranti come ciò che sono, cioè esseri umani? I paradossi dell'età contemporanea non finiscono mai.
Fa scalpore anche la legge approvata dalla Danimarca il 26 gennaio di quest'anno che prevede il sequestro dei beni dei migranti per una somma pari a 1350 euro, per ammortizzare le spese dell'accoglienza. La proposta, prima di essere approvata, fu già adottata in Svizzera dove i richiedenti asilo sono inoltre obbligati, se intenzionati a rimanere, a versare il 10% del loro stipendio per dieci anni, fino al raggiungimento della quota di circa 13.700 euro. Mosse politiche che non solo si aggiudicano il favore di grosse porzioni di popolazione autoctona, ma soprattutto disincentivano le migrazioni verso quegli Stati, obbligando gli altri a sforzi più onerosi ed impegnativi che sarebbero più facilmente affrontabili se suddivisi equamente.
Chi costruisce muri di filo spinato, chi di regole ingiuste ancora meno valicabili. Ma sappiamo che questi provvedimenti non bastano a fermare i flussi. I problemi più gravi da risolvere sono in quelle zone di guerra, ormai disabitate, dove molti vorrebbero fare ritorno ma non possono. Gli aiuti umanitari addirittura faticano ad arrivare nelle città siriane assediate, e quando arrivano sono spesso insufficienti.
I problemi dei migranti non finiscono però una volta entrati nell'Unione Europea. Chi tra i richiedenti asilo è stato accettato deve fare una scelta. Restare nei centri di accoglienza allo sbando, stracolmi, oppure scappare e cercare fortuna all'esterno della lentissima ruota burocratica europea. Molti scelgono la seconda opzione e decidono di tentare, per rifarsi un vita e per poter mandare dei soldi ai familiari in patria. Tutti lavorano in condizioni di estrema povertà, sopravvivendo in baracche sovraffollate, e capita spesso che siano costretti a vendere i loro stessi corpi. È la terribile storia raccontata da un inchiesta de L'Espresso (numero 8 del 2016), che narra le vicende dei piccoli migranti che, per sopravvivere, si prostituiscono. Ma non in una città del terzo mondo, bensì a Roma.
Il caso italiano è sicuramente esemplare nel panorama europeo. Miriadi sono le associazioni, le onlus e le singole persone disposte ad aiutare altri esseri umani quali sono i richiedenti asilo. Altrettante sono le campagne a favore della chiusura delle frontiere, proposte da una Destra sempre più forte all'insegna di una politica molto nazionalista ma poco umana e morale. Però ci dimentichiamo troppo spesso di quando eravamo noi italiani i migranti, gli abitanti del terzo mondo, e delle condizioni di vita che i nostri nonni hanno dovuto sopportare, alla ricerca del sogno americano.
Per concludere in bellezza, vorrei tenermi su questo filo conduttore. Ci siamo scordati chi eravamo, o abbiamo dimenticato volontariamente come i negazionisti di stragi ed eccidi? Forse vi siete accorti che non ho parlato di un pilastro su cui si fonda l'Unione Europea: la zona di libera circolazione tra i paesi aderenti al Trattato di Shengen. "No Shengen, No European Union" direbbe George Clooney. Lasciando perdere che questi accordi prevedevano come conseguenza il rafforzamento dei confini esterni, credo che la questione sui migranti debba essere trattata dal punto di vista morale. Le persone muoiono ogni giorno, e chi riesce a scappare da morte certa ha il diritto di essere aiutato. E noi abbiamo il dovere civico e morale di aiutarli. Su questo non transigo. Per questo credo che Shengen sia la punta, nonché il collante, di un Iceberg che rappresenta l'Unione Europea. Alla deriva, probabilmente. Ma il vero protagonista della questione è l'essere umano che attraversa il mare in tempesta per sopravvivere. Non è una metafora nè un paradosso, è la realtà.

Possibile che la nostra indignazione non raggiunga le innocenti morti giornaliere di quelle anime disperate in fuga dalla morte e dal terrore della guerra? Possibile che noi italiani, tra i primi migranti della storia europea del secolo scorso, ce ne freghiamo letteralmente di chi oggigiorno è quello che noi siamo stati in precedenza? Possibile che non si capisca che prima o poi noi tutti saremo di nuovo migranti senza speranza, in un mondo che ci ricaccia indietro?


Fonti:

- Articolo de L'Espresso n°8 2016, "Noi, i ragazzi dello zoo di Roma".

mercoledì 24 febbraio 2016

La via per l’intolleranza si chiama Amnesia


Per la Francia il 2015 è stato l’anno dei riflettori, riflettori anche indesiderati. Con ferocia una valanga di eventi spiacevoli si è abbattuta sulla Nazione. Eventi che suscitano reazioni in un sangue storicamente renitente. Le risposte sono arrivate sotto forma di fiori davanti al Bataclan, corali Marsigliesi, drapeau del tricolore in segno di solidarietà, ma non basta: per Hollande serve il dente per dente. E allora si innalzano le prime barriere, misure preventive estreme, bombardamenti in Siria, per arrivare a ideare Guantanamo francesi. La diffidenza e l’intolleranza sembrano trapelare, permettendo così ad un Fronte Nazionale di nutrirsi della paura crescente verso nuovi attentati e di far leva sulla delusione, per rinforzare nel popolo l’idea che gli immigrati siano la causa dei loro problemi.


Ed ecco che ancora una volta la Francia refrattaria si sveglia: come un campanello di allarme la presa di potere del Fronte nazionale porta alle urne l’opposizione di elettori assopiti, opposizione dunque che vuole resistere all’estrema destra, ma non proporre un’alternativa democratica concreta.

Ma questo tutti lo sapete, le ombre della Francia sono di un sole recente, sono notizie fresche, che giammai finiranno nel dimenticatoio. Eppure... Ombre passate sono state dimenticate.

Di questo vorrei parlare.


Vorrei parlare del lontano 16 luglio 1942, periodo dell’occupazione tedesca della Francia.

Siamo in Rue Nélaton, in un quartiere sud-ovest di Parigi non troppo distante dalla Torre Eiffel. Al Vélodrome d’Hiver, palazzo dello sport, non è un giorno come gli altri, bensì il giorno dell’operazione “vento di primavera”. Nella retata, ricordata come Rafle du Vél’d’Hiv (il Rastrellamento del Velodromo d'inverno), vengono rinchiusi circa 13.000 Ebrei, per lo più donne e bambini. La situazione è disumana: caldo soffocante, senza cibo né acqua, per non parlare della noncuranza verso le norme igieniche. Quei pochi che capiscono il loro destino riescono a salvarsi, in pochissimi fuggendo, gli altri suicidandosi.


Questo accadde quel giorno, nel centro di Parigi. Vite umane stivate in quel luogo circa una settimana, per poi esser smistati in vari campi di concentramento: figli strappati alle madri, prima di raggiungere Auschwitz.

Se tutto ciò sembra abbastanza disgustoso, ora facciamo un passo oltre: pensate ad una popolazione francese consapevole, testimone indifferente, o addirittura alcune volte complice.

Di quel vergognoso episodio della Francia collaborazionista non doveva dunque rimanere alcuna traccia e fu scrupolosamente rimosso dalla memoria collettiva: il velodromo fu abbattuto una decina di anni dopo, e con esso la responsabilità di una popolo.


Fu finalmente nel luglio 1995 che, il Presidente Jacques Chirac, fondatore del partito di centro-destra “Unione per un Movimento Popolare”, ora “I Repubblicani” per intenderci, riconobbe le responsabilità del suo Paese, con queste parole: “quelle ore sono una ingiuria al nostro passato e alle nostre tradizioni. Sì, la follia criminale dell’occupante è stata assecondata dai Francesi, dallo Stato francese. La Francia, Patria dei Lumi e dei Diritti dell’Uomo, terra di asilo e di accoglienza, la Francia, quel giorno, compì l’irreparabile. Mancando al suo impegno, ella consegnava coloro che proteggeva ai carnefici”.

Il discorso di Chirac, è rivolto ai francesi e al mondo, a ogni popolo, ogni nazione, in ogni luogo e ogni tempo.

Dunque “Zakhor, al tichkah”: “ricorda, non dimenticare mai”, in lingua ebraica, perché non dimenticare la complicità degli avi significa riconoscere che ogni popolo ha il suo bagaglio di colpe storiche.


“Quando ci viene raccontata una storia, non si dimentica. Diventa qualcos'altro, un ricordo di chi eravamo, la speranza di ciò che possiamo diventare.” Dal film La chiave di Sara, di Gilles Paquet-Brenner.

Io racconto questa storia, e spero che diventi il ricordo degli ideali rivoluzionari su cui, cara Francia, si è fondata la tua repubblica: libertè, fraternitè, la speranza che in nome di essi elettori e partiti riescano a governare.


Da qui parte la discussione: se è sicuro che l’amnesia ci sta portando a nuove forme di intolleranza, guardare con consapevolezza critica al passato è veramente costruire un futuro basato sulla tolleranza? imprimere gli errori nella coscienza di una Nazione è muoversi affinché essi non si ripetano?

Oppure, ispirati dal diritto all’oblio di un Simon Daniel Kipman, pensate che si potrebbe promuovere la trasformazione dell’esperienza traumatica del ricordo in una scia meno tossica, più tollerabile? Pensate quindi, come Elena Loewenthal, che la memoria non sia la soluzione, che la consapevolezza del male non porti alcuna speranza, che l’ossessivo ricorso alla memoria addirittura non sia affatto benefico?

Come sempre l’obiettivo è iniziare promuovendo la discussione, all’interno di un percorso più ampio che si svilupperà con il corso degli eventi.

Caterina





Per approfondire: