Per la Francia il 2015 è stato l’anno dei riflettori, riflettori anche indesiderati. Con ferocia una valanga di eventi spiacevoli si è abbattuta sulla Nazione. Eventi che suscitano reazioni in un sangue storicamente renitente. Le risposte sono arrivate sotto forma di fiori davanti al Bataclan, corali Marsigliesi, drapeau del tricolore in segno di solidarietà, ma non basta: per Hollande serve il dente per dente. E allora si innalzano le prime barriere, misure preventive estreme, bombardamenti in Siria, per arrivare a ideare Guantanamo francesi. La diffidenza e l’intolleranza sembrano trapelare, permettendo così ad un Fronte Nazionale di nutrirsi della paura crescente verso nuovi attentati e di far leva sulla delusione, per rinforzare nel popolo l’idea che gli immigrati siano la causa dei loro problemi.
Ed ecco che ancora una volta la Francia refrattaria si sveglia:
come un campanello di allarme la presa di potere del Fronte nazionale porta
alle urne l’opposizione di elettori assopiti, opposizione dunque che vuole resistere
all’estrema destra, ma non proporre un’alternativa democratica concreta.
Ma questo tutti lo sapete, le ombre della Francia sono di un sole
recente, sono notizie fresche, che giammai finiranno nel dimenticatoio.
Eppure... Ombre passate sono state dimenticate.
Di questo vorrei parlare.
Vorrei parlare del lontano 16 luglio 1942, periodo dell’occupazione
tedesca della Francia.
Siamo
in Rue Nélaton, in un quartiere sud-ovest di Parigi non troppo distante dalla
Torre Eiffel. Al Vélodrome d’Hiver, palazzo dello sport, non è un giorno come
gli altri, bensì il giorno dell’operazione “vento di primavera”. Nella retata,
ricordata come Rafle du Vél’d’Hiv (il Rastrellamento del Velodromo d'inverno),
vengono rinchiusi circa 13.000 Ebrei, per lo più donne e bambini. La situazione
è disumana: caldo soffocante, senza cibo né acqua, per non parlare della
noncuranza verso le norme igieniche. Quei pochi che capiscono il loro destino
riescono a salvarsi, in pochissimi fuggendo, gli altri suicidandosi.
Questo
accadde quel giorno, nel centro di Parigi. Vite umane stivate in quel luogo
circa una settimana, per poi esser smistati in vari campi di concentramento: figli
strappati alle madri, prima di raggiungere Auschwitz.
Se
tutto ciò sembra abbastanza disgustoso, ora facciamo un passo oltre: pensate ad
una popolazione francese consapevole, testimone indifferente, o addirittura alcune
volte complice.
Di quel
vergognoso episodio della Francia collaborazionista non doveva dunque rimanere
alcuna traccia e fu scrupolosamente rimosso dalla memoria collettiva: il
velodromo fu abbattuto una decina di anni dopo, e con esso la responsabilità di
una popolo.
Fu finalmente nel luglio 1995 che, il Presidente Jacques Chirac,
fondatore del partito di centro-destra “Unione per un Movimento Popolare”, ora
“I Repubblicani” per intenderci, riconobbe le responsabilità del suo Paese, con
queste parole: “quelle ore sono una ingiuria al nostro passato e alle nostre tradizioni.
Sì, la follia criminale dell’occupante è stata assecondata dai Francesi, dallo
Stato francese. La Francia, Patria dei Lumi e dei Diritti dell’Uomo, terra di
asilo e di accoglienza, la Francia, quel giorno, compì l’irreparabile. Mancando
al suo impegno, ella consegnava coloro che proteggeva ai carnefici”.
Il
discorso di Chirac, è rivolto ai francesi e al mondo, a ogni popolo, ogni
nazione, in ogni luogo e ogni tempo.
Dunque
“Zakhor, al tichkah”: “ricorda, non dimenticare mai”, in lingua ebraica,
perché non dimenticare la complicità degli avi significa riconoscere che ogni
popolo ha il suo bagaglio di colpe storiche.
“Quando ci viene raccontata una storia, non si dimentica. Diventa
qualcos'altro, un ricordo di chi eravamo, la speranza di ciò che possiamo
diventare.” Dal film La chiave di Sara, di Gilles Paquet-Brenner.
Io racconto questa storia, e spero che diventi il ricordo degli
ideali rivoluzionari su cui, cara Francia, si è fondata la tua repubblica:
libertè, fraternitè, la speranza che in nome di essi elettori e partiti
riescano a governare.
Da
qui parte la discussione: se è sicuro che l’amnesia ci sta portando a nuove
forme di intolleranza, guardare con consapevolezza critica al passato è veramente
costruire un futuro basato sulla tolleranza? imprimere gli errori nella
coscienza di una Nazione è muoversi affinché essi non si ripetano?
Oppure,
ispirati dal diritto all’oblio di un Simon Daniel Kipman, pensate che si
potrebbe promuovere la trasformazione dell’esperienza traumatica del ricordo in
una scia meno tossica, più tollerabile? Pensate quindi, come Elena Loewenthal,
che la memoria non sia la soluzione, che la consapevolezza del male non porti
alcuna speranza, che l’ossessivo ricorso alla memoria addirittura non sia
affatto benefico?
Come sempre l’obiettivo è iniziare promuovendo la discussione,
all’interno di un percorso più ampio che si svilupperà con il corso degli
eventi.
Caterina
Per approfondire:
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