martedì 8 marzo 2016

Migrazioni e recinzioni

Da quando l'uomo ha mosso i primi passi sulla Terra non si è mai fermato. Una volta migravamo per seguire le mandrie e per scovare nuovi terreni coltivabili mentre oggi migriamo per scappare da guerre e persecuzioni. L'uomo è sempre stato costretto, in conclusione, a scappare per sopravvivere. Per questo le proposte di alcuni paesi di erigere muri per bloccare questa fiumana di sfortunati fanno accapponare la pelle. Ma facciamo un passo indietro.
I migranti. Chi sono? Che cosa vogliono? Fa bene ricordare che sono innanzitutto persone, uomini e donne, anziani e bambini che troppo spesso vengono trattati alla stregua di animali. Alcuni partono per l'attrattiva che Stati ricchi esercitano a livello economico e sociale, ma per lo più scappano dalla guerra e dalla fame. Scappano dalla morte. Sono in molti a non aver lasciato volontariamente la patria, ma obbligati dalla possibilità di morire.
Guardando i dati relativi al 2013 raccolti da Eurostat, l'Ufficio Statistico della Comunità Europea, si nota che gli immigrati nell'Unione Europea provenienti da paesi non membri sono stati 1,7 milioni. Forse il numero relativo al 2015, non ancora disponibile, è aumentato, ma qualsiasi incremento non giustifica le proposte delle destre europee di bloccare i flussi migratori come sta accadendo in alcuni paesi dell'est Europa e non solo. Mentre Ungheria, Grecia, Bulgaria e di recente la Svezia costruiscono i loro muri, l'Unione Europea ha accordato con la Turchia, principale snodo di passaggio dei migranti siriani, un'offerta di tre miliardi di euro per l'accoglienza e il controllo dei siriani. La Turchia come una grande frontiera che mette in attesa i richiedenti asilo prima di entrare in Europa.
Tutto molto bello, direbbe qualcuno. Se non fosse che la Turchia, nella sua guerra allo Stato Islamico che imperversa in Siria, bombarda volontariamente anche basi dei ribelli curdi, sulla carta loro alleati contro l'Is. Se non fosse che ci sono pesanti accuse nei confronti della Turchia su presunti rapporti con lo Stato Islamico, economici e militari. Se non fosse, infine, che il presidente stesso Erdogan ha ricattato l'Unione Europea minacciando di aprire le frontiere se non avesse ottenuto più soldi rispetto ai "soli" tre miliardi proposti per un singolo biennio. Non sarebbe stata una scelta migliore investire quei "pochi" miliardi negli stati membri, per lo sviluppo di dogane e centri di accoglienza adatti a trattare i migranti come ciò che sono, cioè esseri umani? I paradossi dell'età contemporanea non finiscono mai.
Fa scalpore anche la legge approvata dalla Danimarca il 26 gennaio di quest'anno che prevede il sequestro dei beni dei migranti per una somma pari a 1350 euro, per ammortizzare le spese dell'accoglienza. La proposta, prima di essere approvata, fu già adottata in Svizzera dove i richiedenti asilo sono inoltre obbligati, se intenzionati a rimanere, a versare il 10% del loro stipendio per dieci anni, fino al raggiungimento della quota di circa 13.700 euro. Mosse politiche che non solo si aggiudicano il favore di grosse porzioni di popolazione autoctona, ma soprattutto disincentivano le migrazioni verso quegli Stati, obbligando gli altri a sforzi più onerosi ed impegnativi che sarebbero più facilmente affrontabili se suddivisi equamente.
Chi costruisce muri di filo spinato, chi di regole ingiuste ancora meno valicabili. Ma sappiamo che questi provvedimenti non bastano a fermare i flussi. I problemi più gravi da risolvere sono in quelle zone di guerra, ormai disabitate, dove molti vorrebbero fare ritorno ma non possono. Gli aiuti umanitari addirittura faticano ad arrivare nelle città siriane assediate, e quando arrivano sono spesso insufficienti.
I problemi dei migranti non finiscono però una volta entrati nell'Unione Europea. Chi tra i richiedenti asilo è stato accettato deve fare una scelta. Restare nei centri di accoglienza allo sbando, stracolmi, oppure scappare e cercare fortuna all'esterno della lentissima ruota burocratica europea. Molti scelgono la seconda opzione e decidono di tentare, per rifarsi un vita e per poter mandare dei soldi ai familiari in patria. Tutti lavorano in condizioni di estrema povertà, sopravvivendo in baracche sovraffollate, e capita spesso che siano costretti a vendere i loro stessi corpi. È la terribile storia raccontata da un inchiesta de L'Espresso (numero 8 del 2016), che narra le vicende dei piccoli migranti che, per sopravvivere, si prostituiscono. Ma non in una città del terzo mondo, bensì a Roma.
Il caso italiano è sicuramente esemplare nel panorama europeo. Miriadi sono le associazioni, le onlus e le singole persone disposte ad aiutare altri esseri umani quali sono i richiedenti asilo. Altrettante sono le campagne a favore della chiusura delle frontiere, proposte da una Destra sempre più forte all'insegna di una politica molto nazionalista ma poco umana e morale. Però ci dimentichiamo troppo spesso di quando eravamo noi italiani i migranti, gli abitanti del terzo mondo, e delle condizioni di vita che i nostri nonni hanno dovuto sopportare, alla ricerca del sogno americano.
Per concludere in bellezza, vorrei tenermi su questo filo conduttore. Ci siamo scordati chi eravamo, o abbiamo dimenticato volontariamente come i negazionisti di stragi ed eccidi? Forse vi siete accorti che non ho parlato di un pilastro su cui si fonda l'Unione Europea: la zona di libera circolazione tra i paesi aderenti al Trattato di Shengen. "No Shengen, No European Union" direbbe George Clooney. Lasciando perdere che questi accordi prevedevano come conseguenza il rafforzamento dei confini esterni, credo che la questione sui migranti debba essere trattata dal punto di vista morale. Le persone muoiono ogni giorno, e chi riesce a scappare da morte certa ha il diritto di essere aiutato. E noi abbiamo il dovere civico e morale di aiutarli. Su questo non transigo. Per questo credo che Shengen sia la punta, nonché il collante, di un Iceberg che rappresenta l'Unione Europea. Alla deriva, probabilmente. Ma il vero protagonista della questione è l'essere umano che attraversa il mare in tempesta per sopravvivere. Non è una metafora nè un paradosso, è la realtà.

Possibile che la nostra indignazione non raggiunga le innocenti morti giornaliere di quelle anime disperate in fuga dalla morte e dal terrore della guerra? Possibile che noi italiani, tra i primi migranti della storia europea del secolo scorso, ce ne freghiamo letteralmente di chi oggigiorno è quello che noi siamo stati in precedenza? Possibile che non si capisca che prima o poi noi tutti saremo di nuovo migranti senza speranza, in un mondo che ci ricaccia indietro?


Fonti:

- Articolo de L'Espresso n°8 2016, "Noi, i ragazzi dello zoo di Roma".