mercoledì 24 febbraio 2016

La via per l’intolleranza si chiama Amnesia


Per la Francia il 2015 è stato l’anno dei riflettori, riflettori anche indesiderati. Con ferocia una valanga di eventi spiacevoli si è abbattuta sulla Nazione. Eventi che suscitano reazioni in un sangue storicamente renitente. Le risposte sono arrivate sotto forma di fiori davanti al Bataclan, corali Marsigliesi, drapeau del tricolore in segno di solidarietà, ma non basta: per Hollande serve il dente per dente. E allora si innalzano le prime barriere, misure preventive estreme, bombardamenti in Siria, per arrivare a ideare Guantanamo francesi. La diffidenza e l’intolleranza sembrano trapelare, permettendo così ad un Fronte Nazionale di nutrirsi della paura crescente verso nuovi attentati e di far leva sulla delusione, per rinforzare nel popolo l’idea che gli immigrati siano la causa dei loro problemi.


Ed ecco che ancora una volta la Francia refrattaria si sveglia: come un campanello di allarme la presa di potere del Fronte nazionale porta alle urne l’opposizione di elettori assopiti, opposizione dunque che vuole resistere all’estrema destra, ma non proporre un’alternativa democratica concreta.

Ma questo tutti lo sapete, le ombre della Francia sono di un sole recente, sono notizie fresche, che giammai finiranno nel dimenticatoio. Eppure... Ombre passate sono state dimenticate.

Di questo vorrei parlare.


Vorrei parlare del lontano 16 luglio 1942, periodo dell’occupazione tedesca della Francia.

Siamo in Rue Nélaton, in un quartiere sud-ovest di Parigi non troppo distante dalla Torre Eiffel. Al Vélodrome d’Hiver, palazzo dello sport, non è un giorno come gli altri, bensì il giorno dell’operazione “vento di primavera”. Nella retata, ricordata come Rafle du Vél’d’Hiv (il Rastrellamento del Velodromo d'inverno), vengono rinchiusi circa 13.000 Ebrei, per lo più donne e bambini. La situazione è disumana: caldo soffocante, senza cibo né acqua, per non parlare della noncuranza verso le norme igieniche. Quei pochi che capiscono il loro destino riescono a salvarsi, in pochissimi fuggendo, gli altri suicidandosi.


Questo accadde quel giorno, nel centro di Parigi. Vite umane stivate in quel luogo circa una settimana, per poi esser smistati in vari campi di concentramento: figli strappati alle madri, prima di raggiungere Auschwitz.

Se tutto ciò sembra abbastanza disgustoso, ora facciamo un passo oltre: pensate ad una popolazione francese consapevole, testimone indifferente, o addirittura alcune volte complice.

Di quel vergognoso episodio della Francia collaborazionista non doveva dunque rimanere alcuna traccia e fu scrupolosamente rimosso dalla memoria collettiva: il velodromo fu abbattuto una decina di anni dopo, e con esso la responsabilità di una popolo.


Fu finalmente nel luglio 1995 che, il Presidente Jacques Chirac, fondatore del partito di centro-destra “Unione per un Movimento Popolare”, ora “I Repubblicani” per intenderci, riconobbe le responsabilità del suo Paese, con queste parole: “quelle ore sono una ingiuria al nostro passato e alle nostre tradizioni. Sì, la follia criminale dell’occupante è stata assecondata dai Francesi, dallo Stato francese. La Francia, Patria dei Lumi e dei Diritti dell’Uomo, terra di asilo e di accoglienza, la Francia, quel giorno, compì l’irreparabile. Mancando al suo impegno, ella consegnava coloro che proteggeva ai carnefici”.

Il discorso di Chirac, è rivolto ai francesi e al mondo, a ogni popolo, ogni nazione, in ogni luogo e ogni tempo.

Dunque “Zakhor, al tichkah”: “ricorda, non dimenticare mai”, in lingua ebraica, perché non dimenticare la complicità degli avi significa riconoscere che ogni popolo ha il suo bagaglio di colpe storiche.


“Quando ci viene raccontata una storia, non si dimentica. Diventa qualcos'altro, un ricordo di chi eravamo, la speranza di ciò che possiamo diventare.” Dal film La chiave di Sara, di Gilles Paquet-Brenner.

Io racconto questa storia, e spero che diventi il ricordo degli ideali rivoluzionari su cui, cara Francia, si è fondata la tua repubblica: libertè, fraternitè, la speranza che in nome di essi elettori e partiti riescano a governare.


Da qui parte la discussione: se è sicuro che l’amnesia ci sta portando a nuove forme di intolleranza, guardare con consapevolezza critica al passato è veramente costruire un futuro basato sulla tolleranza? imprimere gli errori nella coscienza di una Nazione è muoversi affinché essi non si ripetano?

Oppure, ispirati dal diritto all’oblio di un Simon Daniel Kipman, pensate che si potrebbe promuovere la trasformazione dell’esperienza traumatica del ricordo in una scia meno tossica, più tollerabile? Pensate quindi, come Elena Loewenthal, che la memoria non sia la soluzione, che la consapevolezza del male non porti alcuna speranza, che l’ossessivo ricorso alla memoria addirittura non sia affatto benefico?

Come sempre l’obiettivo è iniziare promuovendo la discussione, all’interno di un percorso più ampio che si svilupperà con il corso degli eventi.

Caterina





Per approfondire:

giovedì 18 febbraio 2016

“Eppure chissà cosa ancora deve accadere”


Tell me who has won?

Come promesso, torniamo in quel dell’Irlanda del Nord. Vi avevo lasciati al 1916, con la Rivolta di Pasqua; ora facciamo un bel salto in avanti, oltre la guerra di Indipendenza, salutiamo il Trattato di pace del 1921, tralasciamo gli attentati dell’IRA negli anni 50, e siamo arrivati.

Gli anni tra il 69 e il 72, si riassumono con lo slogan “You are now entering Free Derry”: scritta dipinta nel Gennaio 1969, su un muro di un edificio nel Bogsite, nella città di Derry. L’artista di questo ospitale messaggio era probabilmente molto entusiasta della recente autodichiarazione con cui si mutava lo status della zona in area autonoma, perciò soprannominata Libera Derry. L'area, che comprendeva i quartieri Bogside e Creggan, era stata barricata da attivisti locali a seguito di una incursione nel Bogside di membri del Royal Ulster Constabulary (RUC). I mesi successivi furono oggetto di accese tensioni, che videro i residenti intenti a chiudere la zona sia al RUC che all’esercito britannico, fintanto che le loro richieste non fossero state soddisfatte. Situazione protrattasi fino a ottobre 1969, quando la polizia militare fu autorizzata a entrare. Intanto la popolazione di Free Derry dava il suo sostegno all’IRA, con un aumento dei reclutamenti. Non aiutò la decisione del governo di introdurre l'internamento senza processo il 9 agosto 1971: in risposta le barricate vennero erette ancora una volta nel Bogside e nel Creggan. Questa volta, le aree “no-go” di Free Derry erano difese da membri armati di entrambe le IRA. Si avanzava così, un punto a testa alla volta, in un interminabile pingpong giocato con le armi.

Come si giunse tuttavia ad un cessate il fuoco da parte dell’IRA, ve lo anticipo per poi riprenderlo fra poco; è passato alla storia con il nome di Bloody Sunday.
Dopo un fallito tentativo di dialogo con il governo britannico, la decisione del governo stesso di muoversi contro le aree "no-go", segna la fine di un’era. Free Derry moriva il 31 luglio 1972, quando migliaia di truppe britanniche occuparono l'area con blindati e bulldozer.

Culmine di uno scontro implacabile fu il 30 Gennaio 1972, il già citato Bloody Sunday, la Domenica di Sangue. Nel clima di tensione tra unionisti e nazionalisti irlandesi, la Northern Ireland Civil Rights Association, organizzò una manifestazione in favore delle garanzie procedurali negate ai detenuti. Nel corso del corteo pacifico, pur non autorizzato dal governo, a un gruppo di paracadutisti dell’esercito britannico venne dato l’ordine di disperdere la folla. A quel punto, i militari aprirono il fuoco sui manifestanti disarmati, che marciavano per le strade del Bogsite. Ventisei dei manifestanti per i diritti civili furono colpiti durante la sparatoria, tredici dei quali morirono quel giorno, una quattro mesi dopo per le ferite riportate.

Un inaccettabile scandalo che mobilitò l’opinione pubblica di tutta Europa. Probabilmente ne avrete sentito parlare, lo avrete vissuto magari tramite i ricordi dei ragazzi di allora, ragazzi come mio padre, che me ne parla con amarezza. Anche Paul Hewson lo era, un ragazzino di 11 anni. Dieci anni dopo, il ricordo è ancora vivo nel giovane irlandese: nasce così Sunday Bloody Sunday, brano che è diventato negli anni un inno contro la violenza, oltre che una delle canzoni più famose degli U2. Il testo scritto da Bono è sempre di straordinaria attualità, parole allibite di fronte all'assurdo odio che divide coloro che dovrebbero essere uniti, alla “trincea scavata nei nostri cuori”, a “madri, bambini, fratelli, sorelle lacerati”.

La vicenda è stata raccontata anche nel film drammatico Bloody Sunday, tratto dal best-seller Eyewitness Bloody Sunday di Don Mullan. Immaginatevi quindicenni spavaldi e orgogliosi, uscire di casa per partecipare alla vostra prima marcia per i diritti civili, senza alcun motivo per prevedere quel che capiterà. Mullan aveva 15 anni, quando vide il fuoco lasciato cadere sulla sua testa da tute verdi nel cielo. Adesso potete capire il contributo che i suoi ricordi ebbero nella decisione del primo ministro Tony Blair ad aprire, nel 1998, una nuova inchiesta su quel controverso pezzo di storia, si dice la più lunga e costosa nella storia legale britannica (12 anni).

Notizia fresca è che la giustizia sembra aver fatto il suo corso: grazie ad una nuova indagine, dopo ben 43 anni dalla strage impunita, è arrivato l’arresto di un ex paracadutista di 66 anni, con l’accusa di aver sparato a una delle quattordici persone che persero la vita quel giorno. L’arresto ha dato il via a una successiva fase della nuova inchiesta aperta da David Cameron nel 2010, dopo essersi formalmente scusato a nome dell’esercito britannico per l’accaduto.

Ci sono voluti 43 anni di ingiustizia prima che qualcuno pagasse per un crimine senza fondamento, compiuto a sangue freddo, contro la vita di uomini innocenti e disarmati. Quello della giustizia è un corso tortuoso e lungo e lento, però che ne dite, potrebbe essere la vera speranza, forse l’unica, per portare avanti quel processo di pace in Irlanda del Nord, ambito da molto e da molti, ma che sempre, sembra ancora dover iniziare? E forse potremo rispondere alla domanda di Bono “There's many lost, but tell me who has won?” proprio con la parola giustizia. Potrà la giustizia bastare a creare la riconciliazione e, come chiedeva Paul McCartney al suo popolo, a “ridare l’Irlanda agli irlandesi”?

Infine un ultimo spunto di riflessione: il soldato che è stato arrestato, effettivamente ha solo eseguito gli ordini dall’alto, e in effetti il militare deve sempre eseguire gli ordini. Però è anche vero che ogni altra norma prima di tutto è subordinata alla Costituzione. Dunque se il compito delle forze armate è proteggere la Patria, difendere le libere istituzioni e la collettività nazionale, questo può realizzarsi solo nel rispetto dei diritti costituzionali. E’ proprio questo che dà da pensare: perché questo potrebbe/dovrebbe fornire ai militari il diritto, e il dovere, di non eseguire gli ordini che ledono diritti del cittadino, come quello di riunirsi pacificamente?

Caterina