venerdì 12 febbraio 2016

Diritti ma di carta

Diritti ma di carta
La storia si ripete. Un motto fin troppo comune, forse errato. Fatto sta che a volte la storia si ripete davvero, sempre uguale, in modo inesorabile.


Noi riteniamo che sono per sé stessi evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dotati dal Creatore di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità”.


Questo è un estratto della prima parte della dichiarazione d'indipendenza americana del 2 giugno 1776, cioè quella sezione riguardante i diritti dell'uomo, ed esprime alcuni dei concetti fondamentali del liberalismo, che stanno anche alla base dell'Unione Europea. Nonostante questo enorme passo rivolto verso il futuro, i neonati Stati Uniti dovevano ancora confrontarsi con enormi paradossi interni, tra cui  la schiavitù dilagante negli stati del Sud (la questione razziale è ancor oggi molto accesa). Insomma sulla carta sono tutti uguali, ma nella pratica l'uomo bianco è migliore degli altri, visto che deve sobbarcarsi un fardello. Quello di uomo civile e civilizzatore.


“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.
Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”


Poco meno di duecento anni dopo, nel 1948, viene firmata la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dagli stati membri delle Nazioni Unite, che ricalca quella americana escludendo volutamente l'aspetto religioso. Cambia l'epoca, l'ambiente e i costumi, ma l'uomo rimane sempre lo stesso. Anche dopo due guerre mondiali. Perché siamo alle solite? Semplicemente perché continuano ad esserci minoranze (religiose ma non solo) senza diritti, e non sempre minori di numero, oltre ovviamente alla divisione in caste di alcuni paesi. La fratellanza, ancora una volta, è soltanto una parola scritta e dimenticata dai più.


Potrei parlare di tutte le minoranze che noi italiani pregiudizialmente consideriamo inferiori senza neanche accorgercene, ma questo discutibilmente ampio preambolo serve ad introdurre tanti altri temi di cui, col tempo, parleremo, e il cui filo conduttore è il titolo. Diritti di carta.


Introduciamo un po' il tema dell'immigrazione, visto che è oggigiorno così attuale e così vicino alle nostre realtà. Sappiamo, per la “guerra fredda” che i rappresentanti degli stati dell'unione si fanno al parlamento europeo, che l'Unione Europea non vuole i migranti per vari motivi. Per esempio i migranti costano: in sicurezza, in cure, in cibo, in alloggi. Ed ammettiamolo, a nessuno piace regalare soldi agli sconosciuti. Soprattutto se menti eminenti quali politici populisti/fascisti dicono che questi vengono qua a rubarci il lavoro e le nostre donne! (Scusate la digressione all'aroma di satira..). Inoltre gestire centinaia di migliaia di persone non è poca cosa, e forse mancano gli spazi adatti (non per questo non si possono creare). Ma, limitandoci ai fatti, il problema di fondo è che si pensa troppo ai soldi, e troppo poco ai diritti.


“Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.”


Ancora la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ed ancora un paradosso. Tutti (o quasi) riconoscono il diritto d'asilo a persone che rischiano di essere perseguitate nella loro patria. Il problema nasce quando questi migranti richiedenti asilo devono essere accolti, perché nessuno li vuole. I paesi civili dell'Unione Europea allora fanno di tutto pur di impedire a queste persone di entrare e rovinare la civiltà con le immagini degli orrori a cui hanno assistito. E come? Costruendo barricate, muri, confini innaturali. La storia insegna, dicono… ma qualcuno evidentemente non ha studiato.
Non si può bloccare una fiumana di persone che non ha nessuna intenzione di fermarsi. Mi viene in mente un'intervista ad un migrante, che alla domanda sul perché partisse nonostante la pericolosità del viaggio rispose più o meno così:  “Se resto, muoio sicuramente. Se parto, qualche possibilità di vivere ce l'ho”.
Se la storia si ripetesse, gli italiani diventeranno ancora migranti, come nel dopoguerra. Chissà se saremo capaci, questa volta, di imparare la lezione.


Altro tema, altra corsa. Che ne dite di parlare un po' di matrimonio civile e adozione di figli da parte di genitori omosessuali? La lotta per l'ottenimento dei diritti fondamentali di queste persone si fa ogni giorno più forte, e fa emergere i tratti di una cultura, quella italiana, ancora legata alla Chiesa e alla pregnante tradizione cattolica, più di quanto lo sia il Papa stesso, che non ha appoggiato il Family Day, il trionfo del fondamentalismo cristiano.
Siamo nel 2016, l'uomo è sbarcato sulla Luna da tanto tempo, la scoperta dell'America è ormai lontana, e gli orizzonti dell'umanità dovrebbero essere molto ampi. Ma così non è. La schiavitù è stata formalmente abolita in gran parte del mondo ma schiavi emarginati dalla stessa società che li mantiene vivono tra noi. E ci scandalizziamo di fronte alle efferatezze del dittatore di turno, o di una strage a sfondo religioso, voltandoci però dall'altra parte quando ci troviamo di fronte ad uno schiavo contemporaneo. “Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti” cantava De Andrè...
Nonostante questo insistiamo su una visione fortemente arcaica (attenzione, non antica) del nucleo famigliare, dell'amore e dei diritti. Non antica perché nell'antica Grecia l'omosessualità era normalità, mentre oggi siamo retrocessi al pensiero che l'omosessualità sia una malattia. E non sono bastate neanche le prove scientifiche dell'irrazionalità di questa teoria per convincere l'ottusità di certe persone.
C'erano omosessuali, persone di colore, minoranze etniche e religiose nei campi di sterminio nazisti insieme agli ebrei. Per non parlare dei gulag sovietici, o delle stragi italiane nel periodo coloniale.
Il diverso ha sempre spaventato, ma oggi, dopo tutte le lezione che la storia ci ha spiegato con calma ed a più riprese, spaventa ancora.


Dopo questa accozzaglia di questioni e fatti storici di cui parlerò più diffusamente in articoli ad hoc, vi faccio alcune domande. Secondo voi, i nostri diritti sono effettivi, o riconosciuti solo sulla carta? E come mai la diversità ci spaventa così tanto? Ma soprattutto, perché non dovremmo essere tutti tutelati negli stessi diritti, tra cui il diritto ad amare?


Cosimo

3 commenti:

  1. Credo che l'affermazione di un concetto come il "diritto ad avere qualcosa" debba seguire un proprio iter naturale: nascere come necessità (ma spesso è insito nella natura umana avere tale necessità), trovare qualcuno che combatta per esso, affermarsi come legge e infine entrare anche nella mentalità di chi non lo ha affatto voluto. Questo ultimo passaggio è il più difficile: sta a chi crede nel "diritto" il compito di farlo comprendere agli altri. L'unico modo che risulterà sempre efficace per realizzare ciò sarà il buon esempio che sapremo dare.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sono d'accordo con te ma... fino a che punto un popolo che ha ottenuto alcuni diritti puo spingersi ad esportarli ad altri popoli che, per svariati motivi, non sono riusciti ad ottenerli?
      Faccio un piccolo esempio. Se in una comunità indigena mai toccata dalla civiltà occidentale, non esiste proprietà privata ma c'è una sorta di comunismo/socialismo primitivo, che diritto abbiamo noi di insegnare/imporre loro il diritto di proprietà?
      Stesso discorso dei diritti non credi si possa fare anche riguardo all'esportazione di forme di governo (democrazia), oggetti di consumo e religione?
      Infine, che diritto abbiamo noi di insegnare ad altri come stare al mondo nel nostro modo di vivere, che è per alcuni occidentali l'unico giusto e lecito?

      Elimina
    2. Il confine é labile ovviamente, ma sono d'accordo con la visione di elevian: ci sono diritti universali, che ogni uomo dovrebbe avere, per cui cioè bisognerebbe battersi, si pensi al diritto alla vita e al diritto alla libertà. Tuttavia, sebbene a noi possa sembrare impossibile, ci sono persone nel mondo che non aspirano a vivere nel 'nostro' stesso modo, dunque il diritto fondamentale alla libertà diventa anche poter scegliere le proprie libertà, anche se significa indirizzarsi verso una strada diversa dal modello occidentale. È vero, come dice thinking world, che spesso vediamo il modello occidentale come modello da imporre, unica strada da perseguire per raggiungere il bene e la civiltà. È insito in ognuno di noi, difficile sbarazzarcene, ma necessario: vorrei portare l'esempio dei tablighi, organizzazione musulmana che non ha alcun interesse ad adattarsi al nostro materialismo, in quanto in contrasto con il suo obiettivo di elevazione spirituale, di pietá e aiuto reciproco, di condurre una vita libera dai mali e dall'economia del profitto. Questo non è un modo sbagliato, é solo un altro modo.
      Nell'organizzazione aziendale si è giunti ad abbandonare la one best way (passatemi l'inglese, anche io dopo tutto sono un ingranaggio di questa americanizzazione), in favore dell'ottica di one best fit, legata cioè al fine e al contesto in cui l'azienda vive. È ciò che dovremmo estendere all'organizzazione della societá, perché la vera civiltà sta nella tolleranza delle diversità.

      Elimina