Their bombs, their guns, their tanks
Un’ondata di belle notizie dall’Irlanda, in primis: dal via ai
matrimoni tra persone dello stesso sesso, alla mobilitazione in richiesta dell’abrogazione
dell'emendamento che vieta le interruzioni di gravidanza, dall’uscita dalla
crisi, alla conseguente straordinaria crescita economica.
Questo inizio 2016 mi ha spinto a scrivere due righe, perché per
l’Irlanda ricorre il centenario della Rivolta di Sangue, 24 aprile 1916,
che fu un po’ la premessa agli infiniti scontri che segnano l’Irlanda fino a un
passato poco lontano.
Avete presente la canzone Zombie?
“When the
violence causes silence, We must be mistaken.
It's the
same old theme since 1916.
In your
head, in your head they're still fighting”.
Ecco, così i Cranberries ricordano l’attentato dell'IRA a
Warrington, nella contea inglese del Cheshire, Inghilterra, nel vicino 1993. La
bomba che tolse la vita ad un bambino di tre anni era stata nascosta in un
bidone dell'immondizia.
Per questo il riferimento al 1916: l’orrore da allora non si era
fermato; la guerra e la violenza ancora una volta versavano sangue in Irlanda
del Nord.
Il motivetto grunge che non riuscirete più a togliervi dalla
testa parla proprio della "Lotta per l'indipendenza dell'Irlanda, che
sembra durare eternamente". E’ una richiesta di aiuto, una canzone di
speranza nella pace tra due nazioni.
Ma risaliamo alle origini per capire questa infinita Guerra civile,
con una piccola finestra sul passato.
Dal XVII secolo, l’Irlanda si trovava sotto l’influenza inglese; se
partissi più indietro, mi direste che c’è Wikipedia, e fareste bene. Quindi sarò
più schematica possibile, un “veloce e indolore” di quelli necessari.
Nel 1801 l’Act of Union scioglie il parlamento irlandese e viene
costituito il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda.
La maggioranza cattolica irlandese spera, in contropartita
dell'unione, nell’abolizione di leggi che discriminano i cattolici, ma
l’emancipazione cattolica (in sostanza l’epilogo dell'esclusione di cattolici e
presbiteriani dal Parlamento) è bloccata dal re, ritenendola contrastante con
il suo giuramento di difesa della chiesa anglicana.
A questo punto (1823) un certo Daniel O'Connell promuove una
campagna per l'abolizione, Repeal, dell'Act of Union, e per
l'emancipazione cattolica. Grazie alla numerosa partecipazione ai comizi, non
per niente detti monster meetings, nel 1829 si ottiene almeno
l’emancipazione (il voto è un’arma potente).
“An Gorta Mór”, 1845: la grande carestia delle patate,
provoca un’ondata migratoria che ancora oggi lascia il segno.
Arriviamo in questo contesto alla nascita dell’IRB, organizzazione
segreta che ha come obiettivo la rivolta armata contro gli inglesi. I suoi
seguaci, vi suonerà più familiare, detti Feniani, nel 1867 si lanciano in una
fallimentare ribellione armata.
In tutto ciò la nascita della National School segna la fine
dell’insegnamento del gaelico a scuola.
Dopo il dettaglio macabro, vi inserisco nel fulcro della questione.
Nel 1916, aprendo le porte della Liberty Hall di Dublino,
incontravamo l’Irish Socialist Republican Party, organizzazioni
femminili, sindacati, redazioni di giornali.
La Hall nata spazio ricreativo, di educazione e istruzione per i
loro ragazzi, ben presto diventata strumento dei movimenti insurrezionalisti per
preparare i giovani irlandesi alla lotta armata.
La Hall plasmatrice delle menti, che hanno ideato la Pasqua di
Sangue: a credere in una rivolta indipendentista che avrebbe portato tutta
l’Irlanda alla rivoluzione sociale, James Connolly, sindacalista e
rivoluzionario irlandese, che, nel 1913 aveva creato l’ICA (Irish Citizen
Army, per difendere lavoratori e scioperanti dalla Dublin Metropolitan
Police) e una fazione degli Irish Volunteers guidata da Patrick Pearse,
poeta teorico della rinascita dell’identità gaelica.
Primo passo dunque la conquista di Dublino, con l’occupazione delle
Poste Centrali, su O’connel street. Poi, proclamato il “Governo provvisorio
della Repubblica d’Irlanda”, Pearse legge la dichiarazione d’indipendenza: libertà
religiosa e civile, parità di diritti per tutti i cittadini. Passaggio
cruciale la creazione dell’esercito della nuova repubblica: l’IRA (Irish
Republican Army), nato dalla fusione dei Volunteers e dell’ICA.
Eppure la rivolta non suscita l'entusiasmo sperato ed è repressa
dopo pochi giorni. Ovviamente tutto sarebbe potuto finire qui.
Al contrario l’imposizione della legge marziale e le esecuzione di
James Connolly e di Patrick Pearse, mutò radicalmente l'atteggiamento della
pubblica opinione verso gli inglesi.
A parer mio questo è l’incipit di tutto, il punto di rottura che
porta alla Irish War of Independence. Non tanto la rivolta in sé, ma piuttosto
la repressione violenta di essa.
Ma questo ha
relativamente poca importanza: mi riferisco a ciò che già starete pensando,
cioè chi aveva ragione, chi torto; non voglio, con questo articolo, né negare
le ragioni dei ribelli, né giustificarle. Nemmeno mi ritengo sostenitrice di un
ostinato pacifismo, ma vorrei mettere in luce come la violenza si sia imposta
nella nostra realtà, diventandone parte integrante.
Vorrei invece che le mie parole, partendo dallo specifico esempio,
portassero ad più ampio ragionamento sul tema: non per coincidenza mi sono
trovata a scrivere dopo aver letto le parole di Einstein: “ricordatevi che
siete umani e dimenticatevi tutto il resto”.
Vi chiedo e mi chiedo: dato che è tutta una reazione in risposta ad
un’azione, e che penso siamo quasi tutti in accordo sul fatto che la violenza non
ha mai risolto i problemi della storia, è accettabile schierarsi con chi
apporta disumanità perdurando nella violenza, anche se per l’affermazione della
propria identità? Dubitare è giusto, è umano; in effetti lo è anche aspirare
all’indipendenza. I Cranberries non ci stanno e voi?
Mi vengono in mente le parole di Terzani, in odore di Ghandi, in un
contesto che non trovo affatto dissimile:” non arrendiamoci all’inevitabilità
di nulla, tanto meno all’inevitabilità della guerra come strumento di giustizia
o semplicemente di vendetta.”
Seguiranno a breve altri pezzi sull’Irlanda per continuare a
riflettere sul tema, magari anche senza trovare una risposta alla mia stessa
domanda, quindi sperando nei vostri commenti.
Caterina
Link
interessanti:
"And the violence caused such silence
RispondiEliminaWho are we mistaken
But you see it's not me
It's not my family”,
continuano a cantare i Cranberries, e a me sembra tanto una versione precedente del “Not in my name” riecheggiato così forte dal 13 Novembre scorso a questa parte.
Un altro popolo, un’altra epoca, certo, ma sempre la stessa crudeltà non condivisa.
Allora viene da chiedersi: se davvero nessuno si sente rappresentato da tutta questa insensata violenza, in nome di chi si combatte così ferocemente? Perché se sembriamo tutti d’accordo che la Guerra ha un volto “brutto e cattivo” dovremmo posare le armi qui e ora. E invece la storia ci insegna diversamente. E il ciclo continua a ripetersi regolare.
Immaginavo che il primo collegamento nella mente di ciascuno fosse il terrorismo islamico. Che poi è il contesto non dissimile di cui parlava Terzani. E' vero la violenza è parte integrante della storia e della tradizione dell'uomo, partendo da Caino e Abele, dalla Guerra di Troia.. Ma fino a che punto possiamo accettarla? mi chiedo cioè se non ci sia un livello di brutalità a cui universalmente bisognerebbe dire basta, seppur condividendo totalmente i fini per cui essa sia stata scomodata. Mi vine in mente un bel film che parla di questo problema etico: Watchmen. Il "cattivo" sparge sangue, ma lo fa per salvare l'intero pianeta dalla guera fredda, dal pericolo di una guerra atomica. Motivazione più che logica e condivisa, ma moralmente discutibile. La conseguenza è reale: qualcuno si schiera contro, qualcuno a favore. Fino a quando dunque, sempre che lo sia, è lecito giustificare o punire un tale comportamento?
RispondiEliminaProbabilmente fino a quando la storia continueranno a scriverla i vincitori di cotanta guerra sanguinaria.
RispondiEliminaSono perfettamente d'accordo con l'idea fondamentale che la violenza non porti a niente. Gandhi ha dimostrato quanto più forte sia la non-violenza.
RispondiEliminaMa mettiamoci nei panni di re Luigi XVI, re francese durante gli anni della rivoluzione. Secondo voi quali esiti avrebbe avuto la rivoluzione con marcie non violente al posto della violenza del Terrore? Eppure è anche grazie alla rivoluzione, che è per definizione violenta (ma potremmo parlarne), che noi siamo qua a discutere civilmente senza nessuna censura. Quindi non me la sento di criticare la violenza se adottata per un bene comune, per il bene collettivo. Detto questo, paradossalmente sono contro la violenza in ogni sua forma.
P.S: la "guerra di pace" è sbagliata, "fare la guerra per fermare la guerra è la più grande contraddizione.."